E' strano come degli estranei possano offrirti l'affetto e le premure che i tuoi familiari non riescono a darti!
E' questo, pressapoco, il pensiero di Clarice ed è stato in questo preciso istante che è scattato il coup de coeur per Precious, pellicola diretta da Lee Daniels.

Ci sono dei meccanismi durante la lettura di un libro o la visione di un film per cui ci si trova in perfetta sintonia.
Immedesimazione, condivisione, è un mix di sentimenti esplosivi per cui è come se si rivivessero situazioni per certi versi molto affini, più di quanto si possa immaginare, sebbene cambino le ambientazioni.
Ebbene, è intorno a questa affermazione che ruota la storia, drammatica, di una ragazzina di sedici anni che si trova a fare i conti con la realtà durissima di una famiglia e di una società in cui si è un'invisibile che deve farsi strada con le sole proprie forze.
Precious non si ama, perché non è mai stata amata, non ha mai provato l'ebbrezza di sentirsi parte di qualcosa, di una famiglia, di quel tutt'uno che dovrebbe dare la sicurezza e la spinta per andare avanti.
Solo l'istruzione rende liberi, e così Precious cerca di costruire, a fatica, il suo avvenire.
Sebbene il suo fisico sia possente, ingombrante, Clarice è sin troppo esile per portare il fardello del suo dramma. Le violenze subite non le lasciano scampo. Anche quando sembrano lontane ormai anni luce, continuano ad infierire, ancora e ancora e con più veemenza.

Un'anima fragile imprigionata da mille paure e incertezze, dal terrore di sbagliare, sapendo di non avere alcun appiglio.

Sapere di aver perso l'occasione, nella propria esistenza, di avere un padre e una madre, è devastante.

Il trailer

* Nel cast, che annovera Clarice (Gabourey Gabby Sidibe), sua madre (Mo’Nique), Paula Patton (l'insegnante), ritroviamo anche una bravissima Mariah Carey (assistente sociale) e un improbabile infermiere, Lenny Kravitz.

Precious locandina



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Femministe, indipendenti, emancipate, post-moderne, anti-consumiste, rivoluzionarie, ecologiche, self-made-women, autonome, businesswomen...

Donne di oggi, quelle stesse donne che esigono un dono e un mazzo di fiori a San Valentino e la mimosa l’8 marzo!  E se non accade? Guai seri per gli uomini! E cosa raccontare poi alle amiche?

Si celebra, in questo giorno, la festa della donna. La ricorrenza è stata istituita in occasione della Conferenza dell'Internazionale socialista di Copenaghen.
Le sue origini sono piuttosto controverse. Secondo taluni, l’incendio nella fabbrica Cotton a New York sarebbe un falso storico.

Sono lontani quei tempi di lotte, rivendicazioni, scioperi per le condizioni di lavoro, manifestazioni per il riconoscimento di diritti fondamentali.
Dove sono quelle donne? Cosa resta di quei valori? Di quella grinta, di quella piena consapevolezza di sé e del mondo? Dove sono quegli ideali da portare avanti incondizionatamente? Le rivendicazioni di lotta, di giustizia e di parità?

Paradossalmente, in questo giorno, per rivendicare la propria femminilità le donne si ritrovano a comportarsi come gli uomini, scimmiottando un ruolo che non appartiene più neppure all’uomo moderno. Atteggiamenti assolutamente insulsi e offensivi per le stesse donne e per la ricorrenza, in quanto ne sviliscono il senso.
Quasi come se soltanto l’8 marzo fosse lecito andare fuori dai canoni, se in tal modo si può intendere un certo tipo di atteggiamento. Tutto ciò con buona pace di fiorai e dei gestori dei locali di ristorazione.

Paradossalmente sono quelle stesse donne che si proclamano libere, indipendenti ed emancipate ad occupare ruoli che non sono di loro competenza, acquisiti attraverso metodi sicuramente poco meritocratici.

Paradossalmente, l’8 marzo, le donne si ritrovano a cena, a chiacchierare come se fossero grandi amiche. Cosa c’è di peggio di una combriccola di donne che finge complicità in un atteggiamento assolutamente ipocrita l’una con l’altra?
Quanta e quanta falsità!
E’ proprio vero che la condivisione al femminile può esistere solo l’8 marzo!! Senza per questo generalizzare, beninteso.
Ma quanto una donna è disposta a condividere con un’altra a meno che non sia nettamente inferiore in qualità intellettuali e/o bellezza?

E poi, perché piuttosto non festeggiare con gli uomini il raggiungimento di una tanta agognata “parità”, se di questo si tratta? Parità, a ben vedere, che dovrebbe tenere nel dovuto conto l’unicità che caratterizza entrambi i sessi.

Che dire degli uomini… quotidianamente bistrattati e surclassati dalle donne!
Forse, se volessimo attenerci ai tempi moderni, si dovrebbe ripensare la distribuzione dei ruoli...

Ci sono donne,  che ancora oggi, sono costrette ad abdicare ai diritti civili per motivi religiosi o politici.
Le invisibili, ai margini delle strade, le donne sfigurate in Bangladesh, le mogli bambine in India… chi si cura di loro?

Come ha sottolineato oggi l’Onu l’uguaglianza rappresenta un traguardo irraggiungibile fin quando le donne non saranno libere da povertà e ingiustizie.

Sarebbe opportuno riflettere sulla violenza che ogni giorno viene perpetuata ai danni dei deboli. 
Sarebbe opportuno piuttosto indire una giornata della persona, una ricorrenza che ricordi l’individuo in quanto tale, in piena parità con gli altri indipendentemente dalle condizioni di partenza, dal sesso, dalla razza, lingua o religione.

Ma oggi non c’è tempo per la meditazione. Il consumismo ha trasformato persino il Natale in una festa pagana, tradendo quel rinnovamento spirituale che dovrebbe esserne alla base!

Buona ricorrenza dunque a chi festeggia nei locali di spogliarello maschile, se questo è il senso della festa!! Spettacolo poco edificante, e altrettanto poco gratificante nell’ottica della vera e propria trasgressione!

Un pensiero agli uomini abbandonati dalle proprie compagne, indispensabili amici e amanti nella nostra vita!

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Moderata. Così si avvia la partitura della pellicola di Michael Haneke.
Il regista delle inquietudini ne La pianista ci introduce ad una vera e propria discesa agli inferi.
A fare da colonna sonora i Lieder di Schubert, sonate di sentimenti contrastanti, stridenti, in cui la ragione soccombe alla passione forte, travolgente.
Erika Kohut (Isabelle Huppert) è un'insegnante di quarant'anni. Insegna pianoforte al Conservatorio di Vienna. Una donna castigata, ingessata nei suoi abiti dalla linea dritta, semplice. Imprigionata nel suo chignon, è un'invisibile.

Una donna diquarant'anni  prigioniera della madre anziana (Annie Girardot), una tirannia fatta di odio et amo, frustrazione, autodistruzione.
Erika si esibisce in concerti privati per la borghesia viennese. La sua vita è tranquilla, ordinata, scandita da ritmi ben precisi imposti dall'andamento familiare.
Ha un carattere forte, deciso, tormentato e piegato dai fantasmi del passato. La sua vita è stata segnata dal padre, deceduto in un istituto psichiatrico, e dalla madre che riversa su di lei tutte le sue ansie e le sue angosce.
E così Erika, quando dismette i panni della figlia modello, si rifugia in un mondo tutto suo, in cui vivere le emozioni così come a lei piace, in una spirale di perversione e sadismo.
Frequenta i peep-shows, si aggira nei drive-in in cerca di emozioni forti (quelle degli altri), si procura il piacere finanche facendosi del male.
Erika non si vergogna affatto della sua sessualità, anzi, vive di quelle emozioni che danno un senso alla sua vita piatta, senza prospettiva alcuna.
La sua è una esistenza non vissuta. Piegata alla tirannia della madre rinunzia ad essere donna. Non si abbandona ai sentimenti per non sacrificare la sua intelligenza e la sua carriera.
Ad un tratto, la svolta: l'incontro con Walter (Benoît Magimel), giovane allievo.
La sua sicurezza inizia a vacillare, così come le sue certezze… Le sue ciocche ribelli non possono essere più imprigionate, così come il suo viso, non più avvizzito, che risplende fresco come quello di una bambina.
Con una serie di giochi perversi lega il giovane a sé, lo avvince in una morsa eccitante di piacere promesso e poi negato.
Quel ragazzo restituisce ad Erika delle emozioni che le sono sempre state negate e che, per punirsi, ella vuol negare a se stessa.
Eppure la donna non riesce a superarsi, ad abbandonarsi ad una sessualità “normale”, convenzionale… Così coinvolge nelle sue perversioni il giovane, scrivendogli una lunga lettera, la lista dei desideri. Desideri inconfessabili, scabrosi, graffianti.
Walter si tira indietro, la sua giovane età e i suoi paletti borghesi gli impediscono di vedere oltre.
La sua immaturità lo rende fragile dinanzi ad una donna che mette su un piatto i suoi desideri. Una donna che sa cosa vuole e sa come chiederlo.
Non c’è contatto tra i due, quell'eros non convenzionale non convince Walter, ingenuo, fin troppo ingenuo per la sua età.
Erika ne soffre profondamente, a tal punto da decidere di concedersi completamente a Walter, sperando forse di poter cambiare il suoangolo visuale. Non funziona.
Erika non accetta il suo allontanamento.
Emblematica l'ultima scena del film in cui, presa consapevolezza dell’abbandono, si ferisce al petto.

E così cala il sipario su un'opera magnifica, che non parla di sesso, ma di persone con i propri sentimenti, le paure, le incertezze che inevitabilmente si riflettono anche sulla sessualità.
Siamo ben lungi dal pansessualismo a cui siamo assuefatti, benchè i più storcano il naso alla visione del film.

Haneke non ha fatto altro che mettere in scena dinamiche imprescindibili della vita di ciascuno di noi, che soltanto un atteggiamento borghesizzante vorrebbe camuffare dietro false pruderie.

In fondo Erika era desiderosa solo di attenzioni e dipiacere. Cosa ci sia di tanto scabroso nel vivere la propria sessualità secondole proprie inclinazioni mi è oscuro…
Può forse qualcuno arrogarsi il diritto di dire cosa sia lecito fare onon fare nel privato?

Erika, nella squallida stanzetta di un sexy shop, si lasciava inebriare da un fazzoletto denso di piacere gettato da chissà chi... Ed era felice.

Ringrazio Fausto per aver tratto dalla sua collezione questo film così denso di emozioni e avermelo suggerito... 

La Pianista

Il trailer

 

 

 

 

 



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Un'atmosfera fiabesca e un ritmo lento, anzi lentissimo. Sono questi i minimi comuni denominatori della pellicola Il Mondo di Horten, dal titolo originale O' Horten.

Il Mondo di Horten

Non aspettatevi colpi di scena, non ci saranno. Questo film racconta la storia di un uomo, la sua routine, il solito tran-tran della quotidianità. Eppure nella sua trama assume sfumature favolistiche, emoziona perché racconta storie senza tempo, che in qualche modo possono appartenere allo spettatore e che sanno affascinare e commuovere.
Quarant'anni di onorato servizio e il sign. Horten si approssima al pensionamento. Eppure, proprio in occasione della festa di commiato dal lavoro, inspiegabilmente si ritrova catapultato in una serie di situazioni che sconvolgono la sua vita abitudinaria.
Ed è in quelle circostanze che incontra tanti personaggi che per un verso e per un altro danno alla sua vita un ulteriore senso, arricchendola di significati.
Quando tutto sembra perduto, quando crediamo che Horten sia arrivato alla fine, al baratro, eccolo risollevarsi e spuntare sotto i suoi baffi un serafico sorriso. Smile
Un film delicato, per chi vuol riflettere sul significato, profondo, che le piccole cose hanno nella vita di tutti i giorni.

Il trailer in lingua originale,  sottotitolato in inglese.



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Le impressioni che avevo avuto su Agorà non sono state smentite, anzi, le aspettative sono state addirittura superate.
Quando vidi per la prima volta la locandina a Parigi ne restai estasiata. Rachel Weisz, avvolta in quel peplo e con quello sguardo di donna forte e sicura di sé, mentre sullo sfondo campeggiano morte e distruzione.

 

Agorà

Ipazia. Un'eroina del romanticismo ellenizzante. Una figura che incarna perfettamente quella saggezza greca appresa in anni di studi classici.
Filosofa, matematica estremamente colta, personaggio misconosciuto ai più.
Ne troviamo traccia in Socrate, nelle Lettere di Sinesio, suo discepolo, e nell’Antologia Palatina, in un epigramma di un suo compatriota.

“Una donna sta per cambiare la storia…”, mentre l’impero volge al declino.
In uno sguardo d’insieme, tutto è stato ricostruito al dettaglio.
Maestosa la biblioteca di Alessandria d'Egitto con le sue nicchie depositarie del sapere di cui Tolomeo, padre di Hipatia, era custode. Tutto lo scibile umano era in quel luogo, e faceva paura. Milioni di manoscritti a testimonianza del sapere pagano e profano.
Nel film la sua distruzione da parte dei cristiani si allinea a quella tesi che molti studiosi hanno da sempre appoggiato, escludendo l’altra, parallela, per cui se ne imputava la causa ad un incendio.

Ipazia, figura femminile emblematica, fedele a se stessa e ai propri convincimenti, nonostante tutto. Coerente, talmente coerente da preferire la morte ad una conversione che avrebbe significato negazione della propria vita e dei propri valori.

Ipazia, eroina che non si piega ai voleri dei poteri forti, ma resiste, perché sa che rinunciare ai propri valori vorrebbe dire rinunciare a se stessa.
Al centro di un gioco complicato di tensioni politiche e religiose, mantiene la sua dignità di persona, prima ancora che di donna.

Ipazia che allunga le mani verso il cielo, quasi a volerlo toccare con un dito, per svelare a se stessa e ai suoi discepoli i segreti dell'infinito, conscia di precorrere i tempi con il suo sapere. Infatti le sue teorie sono state riconosciute ben 1200 anni dopo.

Studiosa esemplare, dunque, e donna estremamente saggia uccisa su ordine del vescovo Cirillo. Donna che rinuncia persino all'amore.
Infatti le profferte di Oreste e Davos, suo schiavo, non sortiscono alcun effetto.
La devozione di Davos per la sua Signora resta in sordina. Eppure, eppure si percepisce il suo amore profondo, soffocato, la passione che brucia.
Uno slancio delicato e sofferto, anche quando deve somministrare alla sua Signora la dolce morte.
Alejandro Amenábar in finale ha restituito agli spettatori un'immagine struggente della filosofa, evitando di narrare fedelmente come sono andate le cose.
Ipazia infatti è stata straziata, mutilata, il suo corpo portato in giro per la città dai cristiani come un trofeo. Scorticata viva, senza pietà.
Forse, un finale più cruento, avrebbe reso giustizia ad Ipazia. Ma l'amore è stato sicuramente parte della sua vita, anche se ella l'ha rigettato. Di amore l'hanno circondata i suoi discepoli, proteggendola fin quando è stato possibile. E l'amore per la filosofia e la libertà non potevano esser meglio rappresentati se non che da un cristiano, ex schiavo, che impedisce alla sua amata pagana di soffrire una morte atroce.
Questo dovrebbe essere anche da monito per chi ravvisa nella pellicola una fortissima anti-cristianità.
Il messaggio, invece, è ben altro. L'amore, la tolleranza, il rispetto vincono tutto anche le barriere religiose, politiche e ideologiche, e il gesto finale di Davos ne è l'emblema. Le contraddizioni del tempo, del resto, sono contrassegnate nel film.
Pensiamo ai cristiani da perseguitati a persecutori, da carnefici a dispensatori di pane ai bisognosi.
Una storia che non si vuol narrare perchè estremamente attuale.
Oggi, infatti, 2000 anni dopo, ci ritroviamo a fare i conti con le vittime delle guerre di religione e con quell'integralismo che non conosce bandiere né colori. Una storia che si ripete, nei suoi corsi e ricorsi storici.

I dibattiti e le riflessioni implicite a questo film sono molteplici e notevoli. Il fanatismo religioso, l’intolleranza, il rapporto uomo-donna, la sua emancipazione i punti chiave.

La visione di questo film in Francia è stata proposta e promossa da professori e docenti di storia, geografia, educazione civica.
E in Italia? Sembra si profili un distributore.
I costi, senz'altro onerosi, non dovrebbero essere impeditivi se è vero come è vero che vengono acquistate pellicole altrettanto costose e di probabile insuccesso in termine di riscontri.
Che Ipazia, poi, non abbia fatto vacillare le gerarchie ecclesiastiche non mi convince.
La sua storia non è di certo paragonabile al Codice Da Vinci che in termini di storicità non aveva nulla.
Agorà invece è un film ambizioso perchè sfida la dannatio memoriae. Da parte della Chiesa, dei distributori o di un pubblico poco preparato poco importa…

Tutti sono protagonisti della storia, nessuno è escluso. Storie come quelle di Ipazia devono essere raccontate. E' un dovere non solo non dimenticare ma anzi tramandare questi personaggi, quegli ideali, perchè la vita, la coerenza e la dignità umana sono valori non negoziabili.
E' bene ricordarlo anche oggi, a duemila anni di distanza.

 

Al seguente link potete leggere l'articolo che ho scritto circa un mese fa su Agorà...
http://blog.occhiettineri.it/4_moonslight/archive/4024_agor_il_film_negato_al_grande_schermo_italiano.html

..successivamente pubblicato da Calabria Ora:
http://blog.occhiettineri.it/4_moonslight/archive/4036_agor_il_mio_articolo_pubblicato_su_calabria_ora.html

 



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Il nome di Tony Manero rimanda subito a John Travolta e alla Febbre del Sabato Sera.
Mitici anni '70, l'Odissea 2001, i balli sfrenati, luci, paillettes e cotillons.

Dal Cile invece giunge un'altra storia, raccontata dal regista Pablo Larrain.
Provatoria, dissacrante, fortemente emotiva.

Tony Manero

Nello stesso periodo in cui nei botteghini sbancava la pellicola hollywoodiana Pinochet dettava legge nel paese sudamericano.
Il regime opprime e prostra la popolazione divenuta ormai stanca, violenta, abbrutita dalla miseria. La polizia non lascia scampo agli oppositori, li scova e li uccide, senza lasciar traccia.
Questo film non vuol raccontare, come banalmente potrebbe, un giovane che vuol realizzare un sogno, bensì un uomo, affaticato dagli anni e dalla povertà che insegue un traguardo tanto ambito: quello di interpretare il suo idolo, Tony Manero. E lo fa anche commettendo gli atti più scellerati, lasciandosi indietro delle vittime, suoi probabili competitori.
Gli affetti, le donne, il denaro non hanno alcuna importanza. Tutto acquista un senso se strumentalizzato al fine ultimo: realizzare il sogno di poter dire yo soy Tony Manero!

Il film può risultare crudo, spietato se non ci si cala nella realtà di allora, così ben documentata, anche se di striscio, non direttamente.
Il percorso risulta invece affascinante se si seguono le peripezie di un uomo che nella sua lucida follia si pone degli obiettivi, quasi come se la drammatica realtà circostante non gli appartenga.

Il trailer



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Al mio caro amico Sterminio, che ha scelto una donna per amico...

..e l'ha immortalata in bellissimo disegno! Grazie! Kiss

Il mio disegno 

La foto a cui si è ispirato è stata scattata a Madrid... 

Ely Parco del Retiro Madrid



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Nel pomeriggio sono stata ospite della trasmissione "Il bello del sabato" condotta da Francesco Tricoli su RLB.

Ecco la registrazione per chi è stato impossibilitato a sintonizzarsi! Wink
Buon ascolto! Kiss

http://www.occhiettineri.it/streaming/100227_onair_rlb.php



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Un pomeriggio di febbraio nella città vecchia, piovosa e assonnata. Al Franz Teatro si prepara l'occorrente per accogliere un evento straordinario.
Il protagonista, Nicola Gratteri, sostituto procuratore distrettuale antimafia di Reggio Calabria in prima linea contro la 'ndrangheta calabrese.  
Una serata, dunque, non convenzionale. Le luci dei riflettori sono accese e gli sguardi tutti su di lui. Inevitabile.
Inizia la discussione. In un clima piuttosto informale si parla di 'ndrangheta, di 'ndrine, di rispetto della legalità.
E' importante che se ne parli, asserisce Gratteri, è importante che della 'ndrangheta di discuta e si capiscano le sue origini, ramificazioni, commistioni.
Il sostituto procuratore sottolinea la necessità di una società civile cosciente e responsabile, che sappia insegnare alle future generazioni i valori del rispetto, della dignità dell'uomo, della legalità. La scuola, la famiglia e un ruolo importantissimo cui assolvere in una società malata, narcotizzata dai format televisivi, dalle inutilità.
Con tocchi rapidi Gratteri risponde alle domande dei presenti, con la calma e la sicurezza di chi sa di aver assunto un compito gravoso. Il peso di una vita da portare con schiva fierezza.
La parola passa poi ad Antonio Nicaso, uno dei massimi esperti di 'ndrangheta a livello internazionale.
Si approfondiscono aspetti trascurati del fenomeno criminoso, con interventi del pubblico. 
In aggiunta, siede tra i relatori anche il Direttore di Calabria Ora Paolo Pollicheni. Opportunamente, richiama l'attenzione sulle domande del pubblico e della gente onesta di Calabria che non vuol piegarsi alle logiche dei poteri forti.
I cittadini calabresi rivendicano diritti, non favori nella logica dell'appartenenza a questa o a quell'altra classe politica.
La pubblica amministrazione deve essere informatizzata, dimodoché gli automatismi rendano accessibili e facilmente fruibili i servizi al cittadino.
A serata conclusa restano gli interrogativi e le angosce accresciute dal male che si insinua tra gli insospettabili, persino agli alti vertici.
Come avere fede nello Stato se è nei poteri pubblici, nelle istituzioni che si annidano i tentacoli della 'ndrangheta?
Le recenti intercettazioni non sono confortanti, anzi, evidenziano una profonda commistione tra Stato e criminalità.
Del resto, e di questo si ha certezza, se la 'ndrangheta esiste è perchè vi è un patto scellerato con il potere, vi è chi compra i voti della 'ndrangheta per poi assecondarne le voglie.

Eppure, uomini come Nicola Gratteri, ci danno ragione di credere in una Calabria migliore.
Glielo dobbiamo, per i sacrifici enormi di cui si fa carico. Tutta una vita spesa a lottare per la nostra regione, per i calabresi onesti.
Un plauso a Nicola Gratteri, che fa della sua vita un modello, un esempio di coerenza, coraggio e integrità morale e intellettuale.
Un eroe del nostro tempo.

A seguire, magnifici scatti della serata a cura di Alessandro Sammarra.

Anche se non necessitano di presentazione...

Nicola Gratteri 

nicola gratteri antonio nicaso paolo pollichieni 

Antonio Nicaso 

nicola gratteri antonio nicaso paolo pollichieni

Il sostituto procuratore e il giornalista Nicaso insieme a Paolo Pollichieni, direttore di Calabria Ora. 

nicola gratteri antonio nicaso paolo pollichieni 



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Ribellismi
Storie di banditi e briganti, reazionari e
rivoluzionari, vincitori e vinti

Una lettura attenta dell'opera di Silvana Palazzo e di Nando Pace offre spunto per una riflessione di ampio respiro sul fenomeno del banditismo, dei briganti, della rivoluzione dell'ordine costituito.
Il libello attraversa i ribellismi rivestiti di ideali, le "irregolarità" delle classi più deboli. Accurata è l'eziologia della criminalità organizzata con le protomafie rappresentate dai Beati Paoli, un'arkè religiosa che permeava di sacralità la propria struttura settaria. Emblematica la condanna dei venditori di pettini di Scigliano, dispensatori di arsenico e perciò accusati della strage dei Pettinari.
Nel volume si stagliano le figure di personaggi di grande levatura vittime dell'immoralità e ai quali la stessa storia non ha riconosciuto giustizia. Uomini di grande umanità ed eroismo come il vescovo Francesco Bugliari, caduto per mano dei Sanfedisti , Agesilao Milano, Don Ferdinando Balsano, Giovambattista Falcone, Ferdinando Bianchi, Bruno Misefari.
Illustri personalità della nostra Calabria che vissero i loro tempi e le inquietudini che le attraversavano con spirito di sacrificio e profonda coerenza.
Impavidi fautori dell'eroismo legittimista, rinchiuso in catene da uno Stato che affidava la difesa dell'ordine costituito ai tribunali militari.
Le idee, inadeguate per i tempi, erano perciò profondamente rivoluzionarie. In esse era già insito il vento della contestazione dell'ordine costituito.
Personaggi profondamente diversi tra loro, eppure accomunati da un fattore assolutamente emblematico: la forte ambivalenza.
Criminali o eroi nazionali? Sul patibolo si avvicendarono banditi, battaglieri, personaggi carismatici allora etichettati dalla giustizia umana quali "uomini empi".
Ai posteri l'ardua sentenza. Sebbene la storia non abbia assicurato alla giustizia i colpevoli delle uccisioni, le vittime dei tempi restano scolpite nella memoria, nel patrimonio di idee e di valori, inestimabile eredità. La loro vita è stata testimonianza esaustiva dello iato esistente tra il potere costituito e la realtà sociale.

Non ci si deve esimere, durante la lettura, dall'ammirare le illustrazioni, preziosi documenti dell'archivio della famiglia Pace. Non di meno, doverosa attenzione deve essere prestata all'appendice che contiene documenti irripetibili. L'apologia pronunziata da Cesare Marini in difesa dei fratelli Bandiera e un'immagine del loro confessore, il sacerdote e massone D. Beniamino De Rose, il frontespizio del libro del deputato liberale Francesco Pace, la sentenza del gruppo di Castrovillari dai moti del '48 sono assolutamente imprescindibili.

Viva l'Italia e la Libertà, tuonò morendo impiccato Agesilao Milano.
Un plauso a chi, come il mio caro amico Nando, perpetua nel quotidiano i valori della libertà, dell'autonomia di pensiero e la memoria storica che ci tiene in vita in un ponte ideale tra passato, presente e futuro.

La copertina...

Ribellismi

..e la dedica. Mi perdonerete se la tengo per me.

Ribellismi 



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Una bella serata quella appena trascorsa al Franz Teatro.
Dalla prima all'ultima fila l'entusiasmo del pubblico per la performance di Emanuele Gagliardi ed Eugenio Turboli alla fisarmonica in "Unnà Capì".
Sul palcoscenico i personaggi tipici della cosentinità, passando per "Il tifoso cosentino", "Censir", "Silvio l'ambientalista" le bancarelle di Lungo Crati, i quartieri e i vicoli della città vecchia.
Emanuele porta sulla scena personaggi della strada, in una triste vena di comicità mista alla riflessione sulla nostra attuale società.
Molto interessanti i tributi a Matteo Salvatore e a Totò che hanno dato ulteriore slancio allo spettacolo.

Le bellissime fotografie a seguire sono di Alessandro Sammarra.

Il duo e la sottoscritta

Varietà alla Kok

Eugenio ed Emanuele durante lo spettacolo

Varietà alla Kok

Emanuele in "Silvio l'ambientalista"... Wink  

Varietà alla Kok 

Virtuosismi di Eugenio... 

Varietà alla Kok

Varietà alla Kok 

I miei complimenti al mio caro amico Emanuele e alla sua fida "spalla" Eugenio, con l'auspicio di poter andare sempre avanti e sempre meglio! Kiss



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Questa poesia fa parte di un libro, uscito postumo, "Il carnevale della croce".
Alda Merini ne corresse le bozze, ma non ebbe la possibilità di vederne la luce perchè venuta a mancare prematuramente.
La trovo di una bellezza straordinaria. E' così vera, autentica.

I miei pensieri si allineano ai suoi versi, il mio torturato pesantissimo cuore al suo…

È così diseguale la mia vita
da quello che vorrei sapere.
Eppure al di là di ogni immondizia
e sutura, c'è la grande speranza
che il tempo redima i folli
e l'amore spazzi via ogni cosa
e lasci inaspettatamente viva
una rima baciata.



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Il trait d'union nel titolo di questa pellicola ricorda Louise Michel, insegnante anarchica della seconda metà dell'800, in prima fila a difesa della Comune.
Una donna libertaria, non "convenzionale".

Louise Michel

Louise-Michel, una donna e un uomo qualunque di una piccola regione nel nord della Francia, la Piccardia, eccezionalmente interpretati da Yolande Moreau e Gustave de Kervern.
L'una operaia in una fabbrica, l'altro killer professionista.
Succede però che Louise non è una donna, così come Michel non è un uomo.
Sono le strane coincidenze della vita che li fanno incontrare.
Louise perde il posto di lavoro perchè la fabbrica in cui lavora chiude. I grembiuli nuovi prima e i 2000 euro poi non bastano a sollevare il morale.
Insieme alle altre lavoratrici decide di farla pagare al padrone, che per questo deve morire.
Luoise perciò ingaggia un killer professionista, Michel appunto, per compiere il delitto.

Ancora una volta la cinematografia francese riesce a stupire.
Infatti, senza alcun effetto speciale, riesce a far riflettere profondamente sulla drammaticità della condizione umana.
Luoise e Michel, entrambi poveri e analfabeti, vivono ai margini della società.
Sono i reietti, gli invisibili dimenticati dagli uomini e da Dio, costretti a rimboccarsi le maniche per poter vivere alla giornata.
Una vita che non è vita, sbotta in una scena del film Luoise, e come darle torto?
Eppure, amabilmente e teneramente, il regista coglie il lato beffardo, ironico, della tragedia di queste persone, mettendone in evidenza le stranezze. Persone con un'identità sessuale confusa, in balia delle ingiustizie della vita. Per certi versi la poetica dei personaggi ricorda le pellicole finlandesi di Aki Kaurismaki. Al contorno, dialoghi folli in ambientazioni dai colori desaturati, una volpe con una parrucca e un ingegnere paranoico che vive in una roulotte.
Michel vanta di essere un killer professionista, eppure quando arriva il momento non ha il coraggio di premere il grilletto e così pensa bene di spingere una sua cugina, malata terminale, a farlo al posto suo.
Storie ai confini con la realtà, irriverenti certamente, ma mai inopportune.

Al bando la retorica cinematografica, vi sono temi quanto mai urgenti da affrontare come l'alienazione dell'uomo nella società attuale, la deriva del capitalismo e la globalizzazione ai danni della centralità della persona.
A Benoît Delépine et Gustave Kervern il merito di esservisi addentrati.

Il trailer



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La poesia che diventa musica, struggente melodia del cuore.

Mi Piaci Silenziosa

Mi piaci silenziosa, perché sei come assente,
mi senti da lontano e la mia voce non ti tocca.
Par quasi che i tuoi occhi siano volati via
ed è come se un bacio ti chiudesse la bocca.

Tutte le cose sono colme della mia anima
E tu da loro emergi, colma d'anima mia.
Farfalla di sogno, assomigli alla mia anima
ed assomigli alla parola malinconia.

Mi piaci silenziosa, quando sembri distante.
E sembri lamentarti, tubante farfalla.
E mi senti da lontano e la mia voce non ti arriva:
lascia che il tuo silenzio sia il mio silenzio stesso.

Lascia che il tuo silenzio sia anche il mio parlarti,
lucido come fiamma, semplice come anello.
Tu sei come la notte, taciturna e stellata.
Di stella è il tuo silenzio, così lontano e semplice.

Mi piaci silenziosa perché sei come assente.
Distante e dolorosa come se fossi morta.
Basta allora un sorriso, una parola basta.
E sono lieto, lieto che questo non sia vero.


Pablo Neruda



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Il venerdì scorso al Franz Teatro è andato in scena "IL BAVAGLIO DI PIZZO" dal Gran tour a Saviano.

Musica sulle parole, parole che viaggiano sulle note della musica.
Melville e il mare, Abate, Saviano. Denunce, soprusi, violenze, storie da raccontare.
Storie vere, narrate da Patrizia Gallo sulle musiche originali di Massimo Garritano alla chitarra.
Giuseppe Oliveto ha accompagnato la narrazione con il trombone e la fisarmonica.
Protagoniste assolute, le storie.

Eccovi alcune fotografie dello spettacolo, a cura di Alessandro Sammarra.

In primo piano Giuseppe Oliveto 

Spettacolo

Particolari in scena

Spettacolo

Patrizia Gallo 

Spettacolo 

Il trio al completo 

Spettacolo



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Il mio articolo pubblicato su Calabria Ora di oggi, pagina 19 

 

medine memi

 

Clicca sull'immagine per ingrandirla, oppure clicca qui per leggere l'articolo sul mio blog.



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Is there life on Mars? Si chiedeva David Bowie nel 1971, nella canzone reputata la più bella in assoluto tra i suoi brani. Non a torto, forse.

Siamo soli nell'universo?
In realtà non mi pongo questo interrogativo, quanto piuttosto se ci sia speranza di una vita migliore altrove...
Mi abbandono a questa bellissima canzone in attesa di una domanda che non avrà mai risposta.

L'anno scorso di questi tempi la Nasa ha trovato tracce di metano nell'atmosfera del Pianeta Rosso.
Gli scienziati dicono che entro quest'anno sarà possibile accertare la presenza di forme di vita a seguito della scoperta di tre meteoriti che recherebbero al loro interno dei gas che corrispondono a quelli già esaminati sul Marte.
Bisognerà comunque appurarne la natura, se biologica o geologica, da imputare cioè alla presenza di forme di vita o a processi naturali.

Lo scetticismo non mi porta ad abbracciare alcuna tesi. Vorrei soltanto poter immaginare qualcosa che sia "altro" rispetto all'infelice condizione umana.



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L'ultima volta che ti vidi ti raccomandai di rimetterti in piedi. Non dimenticherò mai quel tuo sguardo.

Te ne sei andato stringendo i pugni. La morte ti aspettava, forse lo sapevi, eppure continuavi a vivere, con dignità, con il sorriso sulle labbra.

Dedicato a te che non ci sei più, ma che continuerai a vivere nel mio cuore.

"Voglio però, ricordarti com'eri; pensare che ancora vivi, voglio pensare che ancora mi ascolti e che come allora sorridi!"



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Mentre i palinsesti televisivi e le pagine dei giornali si riempiono di sensazionalismo, di format che tengono incollati milioni di spettatori agli schermi, di escort e “corruzione gelatinosa”, succede che una ragazza di sedici anni viene sepolta viva, senza possibilità di scampare alla sua triste sorte, preannunciata.
Medine Memi infatti si rivolge più volte alla polizia prima di essere uccisa, senza ricevere aiuto. Vittima di una questione d’onore. Tragedie non infrequenti, in Turchia.
Nonostante il governo di Ankara abbia inasprito le pene per questo tipo di omicidi su sollecitazione dell'UE in vista dell’ingresso in Europa, i delitti sono molto frequenti. Secondo un rapporto presentato da John Austin, membro britannico dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, almeno una persona a settimana perderebbe la vita per mano di un familiare.
In alcune aree della Turchia così come in Egitto, Arabia Saudita, Nigeria, Pakistan, Iran, Yemen e altri paesi del Mediterraneo e del Golfo, la condizione della donna è particolarmente degradante.
Rivolgere la parola ad un estraneo, incrociare lo sguardo di uno sconosciuto, persino denunciare una violenza subita può essere motivazione sufficiente per essere uccise, torturate, mutilate, sfregiate con l’acido.
E' dell’anno scorso la notizia di una giovane ritrovata in fin di vita alla quale avevano mutilato naso e orecchie. Storie drammatiche che ricordano quel che è accaduto anche in Italia a Sanaa Dafani, Hina Salem e altre giovani donne vittime, in tutta Europa, dei delitti d’onore.
Medine, frequentando degli amici maschi, aveva macchiato la sua famiglia di un’onta terribile.
Puntuale giungeva il verdetto di morte emesso dai suoi familiari, riunitisi in consiglio. Medine doveva morire e non doveva restarne alcuna traccia. Una fossa e una colata di cemento avrebbero occultato l'orrendo crimine.
E' stata seppellita viva, cosciente, con i polsi legati. L'ha rilevato l’autopsia, effettuata dopo che è stata ritrovata a due metri di profondità, seduta, con i polmoni e lo stomaco rigonfi di terra e di odio.

Medine Memi, il luogo del suo ritrovamento

1.100 morti all’anno sono troppi per consentire l'ingresso della Turchia in Europa. Nel 2009 il 39% delle donne interrogate in 51 province ha dichiarato i soprusi e le violenze subite. Soltanto il 4% ha denunciato, le altre, per timore di ritorsioni, continuano a subire in silenzio.
Spegniamo dunque i nostri televisori e interroghiamoci su cosa significhi informazione seria e responsabile.
Il cammino democratico verso il rispetto della vita e della dignità dell'uomo è ancora lungo.
L'Occidente sembra essere cieco, insensibile. La storia di Medine probabilmente non attira l’attenzione dei lettori, del pubblico televisivo, degli "opinionisti da bar". Medine Memi è una notizia che non fa notizia a differenza dei problemi esistenziali di Morgan e di Lorella Cuccarini, nuda a Sanremo per promuovere l’ennesimo calderone di recupero.
E i valori non negoziabili, il rispetto della vita e della dignità umana, non meritano attenzione? Siamo condannati ad essere seppelliti dalla mediocrità, dal mondo squallido e vuoto delle starlette televisive.

Sit sibi terra levis, Medine.

 

 



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Chéri, tratto dal libro di Gabrielle Colette, è stato portato sul grande schermo dal regista Stephen Frears.

Chéri

Ambientato nei fasti della Belle Epoque, nella Parigi del 1906, capitale dell'eleganza e del fermento culturale e artistico, il film vede ricrearsi la medesima ambience di Le relazioni pericolose, che vede protagonisti il regista, Michelle Pfeiffer e il suo sceneggiatore, Christopher Hampton.
Eppure, traspare poco della città di un tempo. La cortigiana Léa de Lonval, interpretata dalla Pfeiffer calca la scena.
La pellicola si concentra dunque su due personaggi ben precisi, la seducente Michelle Pfeiffer nei panni della cortigiana e il giovane Fred Peloux (l'attore Rupert Friend) figlio di una sua collega, che ella chiama amabilmente Chéri.
Léa introduce Chéri, all'incirca ventenne, alla sensualità.
Eppure, di quell'amore non resta granché, a fine visione non rimane nulla del film. Manca (ed è ancor più grave!) la passione travolgente che tiene incollati agli schermi. Lo slancio di un giovane uomo e la travolgente sensualità di una cortigiana avrebbero potuto esser rappresentati in ben altro modo. Meno scene di nudo e più erotismo non avrebbero guastato, soprattutto quando Léa si accorge di quel che prova per Chéri.
La pellicola è ridondante. I dialoghi pressoché privi di contenuti, di incertezze, di esitazioni. L'introspezione è superficiale, quasi assente. Nonostante il fasto e la ricercatezza dei costumi e delle ambientazioni, i personaggi infatti non convincono.

Non Léa, che si lascia abbandonare senza lottare per il suo amore, il primo vero amore, il giovane Chérie; non lo stesso Chérie, un ragazzino viziato che non affascina, non trasporta.
Dov'è la passione, il romanticismo, la struggente disperazione della separazione?
C'era da immaginarsi una storia d'amore eterno, di quelle che non si lasciano scalfire né dalla differenza di età né dalle situazioni della vita. 


Un buon esercizio di stile quello di Chéri, nonostante i nobili intenti e sebbene si tratti di una pellicola che reca impressi grandi nomi del cinema.
Speriamo che Fears abbia a ravvedersi, così come il suo illustre sceneggiatore, Christopher Hampton, e che riesca a portare sugli schermi qualcosa di più convincente ed emozionante.

Il trailer



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